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Identità presbiteriale e riforma del ministero.


riforma del ministero di Dio
"Identità presbiteriale e riforma del ministero: "
tradizionalismo, ecclesiocentrismo, clericalismo hanno un denominatore comune: La Paura

Chi ha paura di affrontare con fiducia il presente? Forse si tratta anche della paura del futuro che, cristianamente parlando, non è un ignoto avvenire, ma la realtà del Regno che ci viene incontro, sfidando i nostri schemi consolidati e richiamando la nostra continua "conversione patorale". Chi è prigioniero della "nostalgia di ieri" elimina la dimensione escatologica della fede e si irrigidisce.

L'ecclesiocentrismo è la paura di affrontare la presenza nel mondo, paura di entrare in dialogo con l'oggi. Ritengo che questa paura ha generato un modello e uno stile di Chiesa oramai appesantito e obsoleto, incapace di leggere e interpretare le nuove sensibilità odierne. Per paura di essere troppo accomodanti con il mondo, si finisce con il trincerarsi dentro una realtà rigida e protetta che, di fatto, non esiste. Così la Chiesa rimane una cittadella in difensiva, paurosa e all'occorenza, aggressiva, "anche quando si offre una parvenza di novità, nella Chiesa permane e resiste un certo risentimento anti-moderno".

Ciò significa che occorre ripensare teologicamente e pastoralmente il ruolo del presbiterato, ritrovando "il centro" nella propria specifica attraverso domande di senso come: cosa significa essere il prete di una comunità? Quali sono le cose davvero essenziali e importanti della missione del prete? Quale è lo specifico del ministero presbiteriale?

Il Concilio Vaticano II aveva provato a disegnare una Chiesa ministeriale e comunionale. Il sogno è stato mille volte ripensato, ammorbidito, ostacolato. Ed è disonesto affemare che è stata una scommessa persa perchè, alla fine, non ci sono "laici capaci di..."; il vero problema è che non ci siamo voluti assumere la fatica che il Concilio ci aveva affidato: la formazione dei laici. Dove questa c'è stata, oggi esiste un laicato di valore e di spessore. Essere preti è rimandare all'unico "centro": Gesù Cristo. Lui è il buon Pastore del gregge. E, invece, dicendo: la figura di prete che abbiamo ancora in testa e che anche i Seminari formano, è ancora individualistica e verticistica.

Clericalismo: è la paura dei laici, la paura di perdere il potere, la paura di lasciarsi interpellare o mettere in questione. Papa Francesco lo ha denunciato spesso, come "un male che bastona e allontana il popolo di Dio".

Queste paure, generano un certo modello di Chiesa, invocano e promuovono anche una figura di prete. E' il prete "che sta al centro". Ritengo questo un punto focale della crisi odierna del prete e di conseguenza di certe impostazioni pastorali ed ecclesiali: nelle derivate elencate, così come in altri modelli elencati di fede e di Chiesa, il prete deve stare al centro; per difendere uno spazio, per esercitare un potere, per dominare le coscienze o per qualche altra ragione? Oggi la figura del prete vive una situazione di passaggio che mette in evidenza la crisi, apre nuovi scenari di speranza e di riforma. Essa si fonda su un paradosso che, soprattutto nel vecchio Continente, permane: il prete è ancora troppo al centro e, allo stesso tempo, il prete non è più al centro. Lo è perchè, nell'attuale configurazione ecclesiale e parrocchiale, più giuridica che reale, continua ad assumere un ruolo predominante e, di conseguenza, rimane catalizzatore di tutti i bisogni del popolo. D'altra parte, il prete non è più al centro, a motivo di una generale scristianizzazione o, comunque, di una sempre minore rilevanza e incidenza del ruolo della Chiesa e della religione, quindi anche della sua figura.

Siamo esposti a un non semplice paradosso. Il prete che rimane ossessivamente al centro conosce molte cose da fare, i ritmi di vita accellerati; egli si trova ingolfato, tra gli impegni della pastorale e il numeroso arcipelago delle messe da celebrare e per di più in contesti spesso scristianizzati o frammentati, dove sembra che vada a vuoto buona parte di questa fatica. Così egli prova sentimenti di disagio che possono anche sfociare nella caduta emozionale, nella spersonalizzzione di chi "non si sente prete" o "non si sente bene in ciò che vive e che fa", nella stanchezza fisica e psichica, nell'esaurimento delle proprie energie interiori.

La sfida è una sola: de-centrarsi. Il pastore, ha affermato papa Francesco nell'omelia per il giubileo dei sacerdoti: "è sempre in uscita da se". L'epicentro del suo cuore si trova fuori di lui: è un decentramento da se stesso, centrato soltanto in Gesù. Non è attirato dal suo io, ma dal Tu di Dio e dal noi degli uomini.





Don Franco Manunta
Parroco di Mater Ecclesiae

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