Cosa vuol dire la Fede? - Parrocchia Mater Ecclesiae

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Che Vuol Dire la Fede?

Cosa vuool dire la FedeChe vuol dire la fede? Vuol dire agire bene, vuol dire amare il prossimo; vuol dire voler la giustizia, la libertà… Chi vuole queste cose ha già risolto il problema della fede. Anche questa è una grande verità. Solo che non è la Verità, solo che con questa affermazione a cui ci porta la spinta generosa del nostro tempo si rischia di perdere la perla preziosa, la ricchezza profetica della fede, la sua capacità di sorpassare tutti i nostri miraggi di cambiamento storico.

La fede ha una ricchezza che non si tramuta in nulla: né nella prassi, né nella concezione secolare del mondo, né nella pietà della devozione. La fede è ineffabile, la fede non si dice. Il vero credente parla poco di Dio. Ne parla quando è il momento, perché sa che la fede non si dice, non si scrive sulla carta costituzionale, né sui muri. In tanti discorsi di preti e di vescovi quel che manca è la fede. Anche dove dovrebbe avvenire l’annuncio di Dio, abbiamo l’impressione che manchi dentro la corrente elettrica, che manchi il flusso caldo della certezza. C’è il rispetto della “fides quae creditur”, delle formule dosate bene, però c’è da domandarsi se c’è stata l’esperienza del Dio non formulabile, del Dio il cui volto è come affermava con sofferenza Giovanni della Croce del “nada nada”, in cui tutte le parole sono bruciate attraverso le notti oscure. A volte abbiamo idea che ci siano dei professori di Dio, dei maestri di Dio, ma che non ci siano degli uomini che abbiano l’esperienza di Dio. Sentiamo sempre più il fastidio dei discorsi devoti, triti, convenzionali, sentiamo il bisogno di liberarci di tutto questo. Il Dio dei funzionari è insopportabile. Soltanto quando uno ci parla di Dio e ci da l’impressione che ne abbia un po’ d’esperienza allora nasce in noi una attenzione commossa.

Oggi ci dobbiamo domandare: come si fa a dirsi cristiani? A che cosa ci si riferisce? Possiamo, per esempio, identificare il discorsino che ci fa il predicatore degli esercizi spirituali con la santità di Dio? Non lo possiamo fare. Questo fideismo cieco si paga caro, si paga appunto con la miscredenza. Questo è chiaro per me, non ho più dubbi. Evidentemente nella prassi cattolica più tipica della tradizione il vero cattolico era quello che accettava tutti i punti di riferimento: se uno ascolta il vescovo ha ascoltato la tradizione della Chiesa, ha ascoltato la Sacra Scrittura, ha ascoltato il Dio Santo. Tutto. Difatti l’educazione alla fede veniva a risolversi in una esortazione quotidiana alla docilità ai superiori. È possibile verificare la fede oggi con questo metodo? No. Non è più possibile. Non dico che non è più legittimo, ma non è più possibile in concreto. Il confronto diretto con la Parola è il momento della fede. Esso ci libera da tante preoccupazioni teologiche. Se prendo in considerazione la grande frase di Paolo che rimane il punto di partenza del discorso sulla fede “La fede dalla fede” “Fides ex Fides” questa affermazione la fa Paolo nel contesto della lettera ai Romani sul tema della salvezza degli ebrei e dei pagani. La fede viene dalla fede, il che vuol dire che la fede non è misurata da niente; la fede è la misura di tutto. È la fede che giudica il mondo. La fede come esperienza, come situazione dell’esistere, ci pone in una radicalità dalla quale il mondo in cui viviamo, cioè la società, le istituzioni e tutto il resto ci appare altro, non abbiamo più le preoccupazioni del mondo o di essere misurati dal mondo, perché l’uomo spirituale giudica tutto.


La Fede: CrederciIl credente in quanto credente non ha nessun complesso di inferiorità di fronte al mondo. La filosofia, la scienza sono acquisizioni umane importanti perché rappresentano le tappe della autoconsapevolezza dell’uomo; ma la fede è una esperienza di liberazione che ci mette dinanzi al mondo con la forza di Cristo: “Non temete, io ho vinto il mondo”. La fede in Dio come rottura col mondo è veramente decisiva e solo perché abbiamo questa liberazione interna noi siamo nel mondo lievito e sale.

Personalmente l’esperienza più straordinaria che io possa aver fatto è questo confrontarmi con la Parola di Dio e trovarla sempre diversa, anche quando la spiego. A volte mi domando come faccio a spiegare, da 38 anni, gli stessi brani evangelici. In realtà mi accorgo, ogni volta che li leggo, che non li ho mai letti. Ogni volta che la Parola di Dio ci incontra ci si apre a lei diversamente perché ha una tale omogeneità con le situazioni umane possibili, che non c’è una nostra situazione che non rientri nel suo raggio di luce. Allora scopro che il luogo proprio della Parola di Dio non è il libro inerte ma la comunità vivente che è l’interprete sia della realtà in cui viviamo, sia del disegno unitario di Dio. Da questa parte ho la convinzione che attraverso questa presenza sapienziale noi potremmo dare un servizio insostituibile al mondo in cui viviamo, che ha diritto a questo servizio dei credenti. Ancora non siamo diventati il segno dell’unità della comunità cristiana. Non siamo il centro della unità. L’unità non si fa intorno al Papa e al vescovo se non perché si fa intorno al Cristo. Il discorso dell’unità di comunione sembra scontato, invece è tutto da rifare, perché fino ad oggi si è fatto più su principi teologici, politici, ideologici che non su Cristo. Dentro le nostre comunità noi dobbiamo rendere visibile, anche nel nostro modo di comportarci, che il centro dell’unità è Cristo, è la sua parola. Sappiamo oggi che ogni comunità è tutta la Chiesa, anche una assemblea di 3 persone attorno all’eucaristia non è una porzione, una agenzia periferica della Chiesa cattolica, è la Chiesa nel suo essere pieno. Dobbiamo riscoprire, o forse scoprire, la dimensione intercomunitaria della Chiesa.

Aprire la comunità cristiana alla comunione con le altre, alla partecipazione, al confronto della fede; che le comunità siano il vero segno del Cristo, e non siano legate all’avventura spirituale di un leader particolare. Ogni carisma è importante ma guai se la comunità si edifica sul carisma di un leader, e non si lega organicamente con le comunità nate dalla medesima fede in Cristo. Se c’è da inventare tutta una metodologia pratica di comunione inter-comunitaria dov’è il segno di questa comunione? Tutti i vescovi e i presbiteri sono il segno, i garanti della comunione tra le comunità. Ora ci troviamo nella possibilità di guidare, all’interno di un processo di crescita che ci compete e forse ci lacera, un progetto di Chiesa diverso da quello storicamente elaborato, che è ormai alle nostre spalle, e tuttavia costruito sullo stesso fondamento che sono gli apostoli in quanto annunciatori dell’evento pasquale..




Don Franco Manunta
Parroco di Mater Ecclesiae

 
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