Morire per Gesù Cristo - Parrocchia Mater Ecclesiae

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Morire per Gesù Cristo.
morire per Gesu Cristo"Si è ancora in grado di morire per Gesù Cristo?"


Cioè la fede nel Dio di Gesù Cristo è ancora una ragione di  vita o di morte? Così scriveva nei primi anni settanta Von Balthasar.
E’  un problema serio che ci contesta, che ci mette sotto esame. La  situazione è tanto più pesante per noi preti perché ci troviamo a vivere  una situazione contraddittoria. Da una parte comprendiamo che non c’è  autentica conversione della Chiesa e del credente se non attraverso una  ripresa del contatto con le origini, cioè il messaggio pasquale e non  altro, dall’altra per arrivare a questo punto sorgivo bisogna  attraversare interi continenti di forme, di concetti, di pratiche, di  deformazioni psicologiche.

Si fa presto a dire "ritorniamo alla santità di Dio, alla Parola di Dio nella sua purezza originaria della tradizione".  Ma come si fa, se abbiamo questo spessore di esistenza consolidata,  questa stalattite in cui goccia dopo goccia si è consolidata in maniera  terribile il nostro cristianesimo tradizionale? Come si fa?

Il peso che abbiamo addosso è incredibile. Per fare un  esempio esterno, pensiamo a una Chiesa che deve parlare al mondo, e non  può non parlarne, della povertà . Deve parlare della povertà di Gesù. E  come fa a parlare? Se ne parla è un guaio perché è in contraddizione. Se  non ne parla è un guaio. Questo è il dramma: occorrerebbe che essa si  ricongiungesse alla origini scuotendosi di dosso tutti i suoi romani  imperi che sono tanti, quello antico e quello che oggi molti nella  Chiesa vorrebbero ricostituire. Il che vuol dire veramente precipitare  nel vuoto. Bisogna stare attenti a non suggerire dei ritorni  impossibili.
Sono convinto che o noi ci decidiamo a un ripensamento  radicale della nostra vita cristiana e sacerdotale alla luce della fede o  le identità, a cui ci aggrappiamo come naufraghi a una tavola, andranno  pian piano a fondo.

Oggi ci sono alcuni, giovani preti cresciuti senza radici  storiche e culturali ma inebriati dal consumismo religioso, che si  presentano come gli epigoni e i custodi del mondo antico. Dobbiamo  deciderci. L’ammirazione per il prete è una sola cosa con la nostalgia  del passato. Se finisce la nostalgia il prete non significa più nulla.  Dobbiamo decidere chi siamo noi, se i graduati del museo internazionale  delle religioni, o i portatori delle parola profetica. Il cambiamento  obiettivo ci obbliga a deciderci. Per ora siamo i funzionari delle religio societatis.

Il concordato ci  prevede come funzionari del culto. Ci  paga, più o meno, per questo ci da dei privilegi. Il nostro dramma è che  siamo entrati in una specie di doppia appartenenza alla chiesa e al  nostro ruolo. Io non ho una immagine di Chiesa bella e fatta da  scaraventare contro questa, come i giovani preti rampanti vorrebbero, e  non ne voglio un’altra perché appartengo a questa che cammina verso il  Regno di Dio. Con questa faccio i conti prendendo come misura la Parola  del signore e solo dopo le altre istanze concrete di questa Chiesa del  Signore che si chiamano: il Papa, i vescovi...
E se la doppia appartenenza è una situazione dolorosa è pure  un modo di partecipare alle tribolazioni della vita che ci rendono  vicini agli altri uomini e non come dei separati a vita. Se qualcuno  fosse tentato di prendere la fuga e rifugiarsi nella Chiesa immaginaria  del futuro riesumando l’incerto e non vissuto passato, come se quella di  oggi non ci fosse, dobbiamo imporci il rispetto realistico delle  condizioni attuali della Chiesa.

Nessuno può dire che questo è il naufragio della realtà  ecclesiale; perché vivere la precarietà religiosa di questo tempo, un  tempo che ci appartiene, mettendo fine all’immagine della casta, di un  mondo storico di essere preti, ci rende credibili nel servizio  ecclesiale vissuto senza infingimenti e  ipocrisie. Anche se può non  piacere è questo il nostro luogo antropologico cioè la comunità  cristiana, sia quella che esiste in una crescita di fede già in atto,  sia quella che esiste potenzialmente nell’area della nostra attività  ministeriale. Perciò è in questo contesto storico che dobbiamo essere  testimoni rigorosi di fedeltà e non cercando di tirare dalla nostra o  dall’altra parte la giacca del vescovo di turno per manifestargli  obbedienza e fedeltà che sanno di vile opportunismo.
Quanto sarebbe  importante che i nostri vescovi, invece di essere armati di Diritto  canonico e di formalistiche fedeltà alla tradizione, fossero in mezzo a  noi persuasori appassionati di una testimonianza di fedeltà che fosse  secondo lo Spirito. E questo che, in fondo, noi dobbiamo personalmente  fare: abbandonare la Chiesa della lex fundamentalis per rifarci  alla Chiesa della vera Legge fondamentale che è il Vangelo del Signore,  il quale condanna chiunque non lo vive con la libertà.
 



Don Franco Manunta
Parroco di Mater Ecclesiae

 
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