Giovanni XXIII: Pacem in Terris - Parrocchia Mater Ecclesiae

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Giovanni XXIII: Pacem in Terris.

Pacem in TerrisBisogna ammettere che nei confronti dei problemi religiosi, culturali e politici aperti dalla persona e dall’opera di papa Giovanni si sta profilando un grosso rischio: cioè che ci si accontenti da un lato (cioè da parte cattolica) soprattutto della celebrazione edificante ma limitata alla persona, isolata dalle implicazioni storiche più coerenti e impegnative della sua opera; e dall’altro (cioè da parte non cattolica) che ci si cristallizzi in una rievocazione di comodo, un pò nostalgica e maliziosamente polemica limitata a questo o a quello dei suoi gesti di apertura.

Con questo si finirebbe col riproporre, anche nei confronti di papa Giovanni, un dualismo separatore e si arriverebbe assai presto a rispettare solo nominalmente l’unità che era in lui e che si profilava come possibile intorno a lui.

Giovanni XXIII è stato un cristiano che ha convocato un concilio perché ha sentito il compito di far esprimere tutte le istanze della Chiesa e ha aperto la Chiesa a una novità: il suo carattere pastorale.
Infatti, per Roncalli il Vaticano II è così: pastorale. Non c’era bisogno di un Concilio per ripetere la dottrina risaputa, nella quale i processi teologici di ricezione e quelli storici di decantazione avevano già distinto l’ideologico dal necessario, il vivo dall’inutile o, per dirlo al modo di Congar: il sistema dalla verità.

Il punto di discussione era restituire al vangelo la sua eloquenza: questione di “rivestimento”, come la definirà nella “Gaudet Mater Ecclesia”, perché il vangelo ha comunque un rivestimento e si denuda solo a valle della sua comunicazione e mai prima, per l’uomo tridentino che Roncalli è.
Quella di Roncalli è una visione della verità cristiana alla quale sente di appartenere: senza bisogno di grandi rinnovamenti di struttura di tipo teologico o gesti esteriormente dirompenti. Una verità che gli impone il gusto e la soddisfazione di essere un cristiano e di rimanere tale mentre scorrono dietro, dentro e sopra di lui, le quinte del Novecento, senza mai riuscire a scalfire la sostanziale apertura teologale dell’umano. È lì che il cristianesimo di Roncalli approda, con una posizione decisiva e trasparente da prestarsi a non poche semplificazioni.

L’umano di Roncalli non ha nulla a che spartire con la “svolta antropologica” della teologia degli anni sessanta.
Lettore dei padri della chiesa greci, Roncalli non utilizza la categoria della divinizzazione come destino escatologico dell’umano. Neppure condivide quella sensibilità della morale del tardo ottocento che considera l’umano un cadavere per esercitazioni autoptiche volte a erudire il confessore che anche per questo finirà il secolo successivo da disoccupato. Neppure è roncalliana una delle due visioni che, dal concilio in poi, si affronteranno senza esclusione di colpi e che diverranno una delle chiavi ermeneutiche del Vaticano II e della sua ricezione. Roncalli non appartiene alla più grande di queste correnti, quella dei tomisti: fra loro sono possibili posizioni molto diverse: da quelle più ottusamente conservatrici a quelle più arditamente riformatrici.

Giovanni XXIII non risente del neotomismo leonino e nemmeno della rivisitazione scolastica in funzione antimodernista: il suo Tommaso si riduce a qualche formula, a piccole tesi. Tanto meno, però, Roncalli appartiene all’altra schiera decisiva al Vaticano II, quella degli Agostiniani. Sono coloro che non di rado iniziano il loro percorso da posizioni molto radicali in nome di una affermazione del soggetto che è assai più forte di quella con cui si afferma la Chiesa.

Ma è proprio in questa sensibilità spirituale, prima ancora che teologica, che nascono i più forti ripensamenti davanti alla complessità dello sviluppo del Concilio e della sua ricezione. Un pessimismo radicale sulle ferite del peccato, una disistima del costruire umano nel quale si vede non il dito di Dio ma la superbia dell’uomo, li porta a considerare ogni sforzo di riforma banale, fallimentare, modesto rispetto a quel dinamismo interiore che solo garantirebbe dell’autenticità del progresso e che deve essere messo tra parentesi, a causa della sua inafferrabilità, e sostituito da un’adesione passiva allo status quo.

Cose del tutto estranee a papa Giovanni che invece si muove su un altro piano. Proprio la ripetuta tragedia bellica ha messo a contatto Giovanni XXIII con il mondo delle vittime in un modo che interagisce inattesamente con la sua fede: le centinaia di ragazzi che muoiono nelle retrovie dove lui trascorre la I guerra mondiale, il rumore della rivoluzione staliniana ben udibile dalla Bulgaria del primo decennio dopo la morte di Lenin, il contatto con la Shoah sulle rive del Bosforo, dove i più drammatici racconti e documenti sullo sterminio degli ebrei arrivano come anteprime, l’assistenza in presa diretta alla risurrezione della democrazia francese e alla nascita dei nuovi organismi della diplomazia multilaterale, gli fanno guardare con occhi diversi gli sforzi successivi di regolazione dei conflitti, di costruzione della pace e di distensione.

Su quegli sforzi però non è raro trovare espressioni roncalliane che si allineano alla diffidenza del magistero prevalente: ma quando questi sforzi diventano espressione di persone concrete, quando su di esse egli deve esercitare una responsabilità diretta, ecco che scatta inattesa l’apertura di credito, la solidarietà. Può accadere con gli ortodossi bulgari o con gli uomini del sionismo di stanza a Istanbul, con i deputati dell’M.R.P. francese o con i giovani fanfaniani di Venezia favorevoli all’apertura a sinistra.

Il modo in cui Roncalli interpreta questa apertura all’umano, come chiave dell’universalità reclamata dalla funzione papale, non fa riferimento isolatamente alla funzione di pastore della Chiesa universale, ma alla paternità del Vescovo che unifica questa e quella chiamata. Giovanni XXIII si sente così chiamato a uno sforzo di comprensione di tutti, di cui la distinzione tra errore e errante acquista un dinamismo suo proprio in vista del Concilio e dentro il Concilio.

Perché proprio come incontro col volto di Cristo il Concilio riceve il compito di far pace non con la modernità, come temeva il sillabo, ma con l’umanità in cerca di pace. Questa prospettiva però si apriva a forti conflitti con quelli che erano chiamati “gli avvoltoi” della forma del potere. Ma da quel conflitto nasce nuovo inizio: qualcosa che chiude un’epoca. Con Roncalli finisce una stagione secolare, non perché un progetto storico abbia trovato realizzazione e neppure per il successo di un paziente contropotere. Lo studio pignolo delle fonti mostra come Roncalli venga da quel mondo di cui segua l’aggiornamento.

Ha vissuto la crisi antimodernista da seminarista e da prete, è diplomatico della diplomazia vaticana di Ratti e Pacelli, diventa patriarca di Venezia, sale al soglio pontificio in un conclave molto normale nel quale consenso e volontà sono chiamate a incontrarsi. Il punto di differenza non è allora nel progetto (che non c’è), ma in alcuni elementi fondamentali della sua spiritualità e della sua cultura che egli vive in modo prevalente, che egli lascia parlare anche rispetto ai ruoli istituzionale che ricopre.
Roncalli riesce eletto al conclave per la fama di uomo prudente e pacifico: ma lo stacco non si esaurisce nella scelta di un uomo di pietà. Lo stacco viene perché egli ritiene di dover fare il Papa dando capacità e spazi di governo a un’attitudine spirituale che lo informa, che egli scolpisce attraverso la lettura e la scrittura. Esistono elementi della sua cultura che egli prima assume, poi coltiva e finalmente mette in opera nel governo: questi rendono possibile una nuova presa di posizione della Chiesa davanti alla storia, e al Signore dell’una e dell’altra.

Sono i nervi vivi di quello che nel pontificato prenderà nome di un aggiornamento: ma se uno vuol capire con che cosa Roncalli ha rotto un equilibrio istituzionale ed ecclesiastico che avrebbe ingabbiato la ricchezza del cattolicesimo in tempi per allora futuri, si trova davanti alla contraddizione fra un prete tridentino tutt’altro che a disagio nelle forme e nelle devozioni di quella stagione e tuttavia capace di selezionare e risalire verso le fonti della Tradizione meno compromessa con la chiusura confessionale.

Questa scelta, che rappresenta sul piano storico una rottura, per Roncalli è un’obbedienza. Questa obbedienza al potere costituisce per il cattolicesimo della fine degli anni cinquanta un’iniezione di vitalità. Perché il problema del cattolicesimo della metà del secolo XX non è l’alternativa tra il rigore e il lassismo, fra la difesa della verità e la svendita della verità: questa falsa dicotomia figlia di un modello culturale obsoleto messo in circolazione per sostenere l’appello all’immobilismo, alla sottomissione che copre la pigrizia dell’intelletto. L’alternativa è quella fra la finzione e la sostanza, fra il sistema e la verità, fra la potenza organizzativa e l’affidamento alla povertà vivificante della semplicità evangelica.

La scelta di Giovanni XXIII si colloca dentro questa dimensione obbedienziale, di fare il papa su un piano del magistero poco frequentato: perché il papato dell’otto-novecento ha scelto di enfatizzare la dimensione del magistero, ma anche di ridurne drasticamente l’estensione. Nel secolo XIX il termine magistero si è ridotto a indicare esclusivamente l’atto dottrinale dell’autorità ecclesiastica e in particolare quello del Pontefice. Questa linea di tendenza aveva un pesante effetto nella funzione episcopale, costretta a una perpetua ripetizione di adesione all’insegnamento papale; così, mentre le grandi encicliche pacelliane sulla Scrittura, la liturgia, sulla Chiesa concedevano lo sforzo rinnovatore dei movimenti il merito di aver posto questioni non più eludibili, si costringevano i vescovi a emulare quel modello di autorità che distendeva su aree sempre più grandi le reti della dottrina (es. la morale privata, la dottrina sociale …) e lasciava sempre meno spazio a dimensioni vitali della vita cristiana come la riflessione sulla S. Scrittura, la spiritualità, la preghiera.

Giovanni XXIII ha costituito uno stacco rispetto a questo scenario, perché il consenso che ha raccolto attorno alla sua persona non è stato interamente determinato da questi processi, ma si è basato sul riconoscimento di un ruolo, quello di maestro spirituale, nel quale i vescovi di Roma avevano disimparato a riconoscersi. Dopo decenni nei quali il papato romano aveva preteso di attingere autorevolezza dall’uso dell’autorità e su questa esigeva e otteneva devoto consenso, Roncalli attingeva alla dimensione spirituale e su questa costruiva un consenso miracoloso. Quello che era stato per quasi trent’anni uno dei più efficaci diplomatici della S. Sede faceva della santità del Papa non un attributo intimo, distinto dal potere di governare, ma la sostanza della professione cristiana e della funzione di vescovo, rimasto nonostante tutto un cristiano.



Don Franco Manunta
Parroco di Mater Ecclesiae

 
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